La guerra dimenticata del Myanmar: la resistenza popolare contro la giunta militare
Iniziata con il colpo di Stato militare del 1° febbraio 2021 che ha deposto il governo democratico di Aung San Suu Kyi, la guerra civile in Myanmar si è trasformata in uno dei conflitti più frammentati, cruenti e ignorati del panorama globale. La giunta militare (il Tatmadaw) si trova ad affrontare una resistenza senza precedenti su più fronti: da un lato le milizie nate dalla protesta civile, raccolte nelle People’s Defence Forces (PDF) e guidate dal governo di unità nazionale in esilio, e dall’altro le storiche organizzazioni armate delle minoranze etniche (come gli eserciti Arakan, Kachin e Karen). Negli ultimi anni l’alleanza dei ribelli ha inflitto pesanti sconfitte all’esercito regolare, strappando il controllo di ampie porzioni di territorio, valichi di confine strategici e centri urbani chiave. Per contrastare le perdite sul campo, la giunta ha intensificato i raid aerei indiscriminati sui villaggi e imposto una severa coscrizione obbligatoria, provocando una devastante crisi umanitaria con oltre 3,5 milioni di sfollati interni, l’azzeramento dell’economia e la proliferazione di traffici illeciti lungo le frontiere. Nonostante l’isolamento diplomatico e la condanna internazionale, il regime continua a reggersi sul sostegno economico e militare di potenze come Russia e Cina — interessata alla stabilità delle sue rotte commerciali e infrastrutture —, congelando il Paese in uno stato di sanguinoso stallo senza una via di uscita diplomatica all’orizzonte.
